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Entrate nel respiro

“Voi che vi concedete di sentire: entrate nel respiro
che è più che vostro.
Lasciate che vi sfiori le guance
mentre si divide e si ricongiunge dietro di voi.
Benedetti, integri,
voi dove il cuore comincia:
siete l’arco che scocca le frecce
e siete il bersaglio.
Non temete il dolore. Lasciate che il suo peso ricada
nella terra;
poiché pesanti sono le montagne, pesanti i mari.
Gli alberi che avete piantato nell’infanzia sono diventati
troppo pesanti. Non potete portarli con voi.
Concedetevi all’aria, a ciò che non potete trattenere.”
(Rainer Maria Rilke – Parte prima, Sonetto IV)

Abbracciare il mistero

“[…] Vivere nel Mistero è ascolto profondo, ascolto ed apertura all’imprevedibile. Non si tratta di catturarlo. È piuttosto come quando ci offriamo completamente al mistero ascoltando un bellissimo brano musicale e, nel farlo, ci accorgiamo che noi siamo il Mistero e che non lo stiamo semplicemente osservando. Vivere con il Mistero è aprirsi a una vita caratterizzata da un costante cambiamento e da un costante divenire. E il Mistero ci chiede di vivere in armonia con questo continuo dispiegarsi, il Mistero ci chiede di essere autenticamente vivi. E quando riusciamo a fluire scopriamo che le nostre vite, piuttosto che essere un percorso lineare verso una fine precostituita, diventano piene di infinite possibilità. Ogni assaggio di questa esperienza espande il nostro amore e ci avvicina all’inesauribile mistero dell’esistenza. Così come tempo fa un mio maestro spirituale mi chiese: “Frank, sei disposto a lasciare andare la tua storia e ad entrare nel Mistero?»”
(Frank Ostaseski)

Inizia ad avvicinarti

“Inizia ad avvicinarti, non fare il secondo passo, nè il terzo, inizia con il primo, avvicinati al passo che non vuoi fare.
Inizia con il terreno che conosci, il pallido terreno tra i tuoi piedi, la tua maniera personale di iniziare una conversazione.
Inizia con la tua domanda, lascia perdere le domande degli altri. Non lasciare che gli altri soffochino quella semplicità.
Per trovare la voce di un altro segui la tua voce, aspetta fino a che questa voce diventi un orecchio privato che possa ascoltare la voce degli altri.
Inizia ora fai un piccolo passo, che tu possa chiamare tuo non seguire eroicamente gli altri, sii umile e concentrato inizia ad avvicinarti, non confondere gli altri con te stesso.”
(David Whyte)

Il rapporto con gli altri e la nostra pace

“[…] Gli altri intesi come persone gentili sono un veicolo di pace: un rapporto di amicizia, un rapporto di affetto sono una grandissima fonte di pace.
Però oltre all’altro gentile, c’è anche l’altro ostile. Questo va in direzione completamente diversa rispetto alla pace. Come si lavora con questa variata situazione? La prima cosa che viene in mente è la consapevolezza. Inoltre possiamo aggiungere qualcosa d’altro a cominciare di dalla ‘familiarizzazione, vale a dire cercare di familiarizzarci con gli aspetti positivi dell’altra persona. Anche se ci è piuttosto antipatica e se nutre ostilità verso di noi. Dunque, possiamo coltivare l’intenzione di cogliere, insieme alle negative, anche le qualità positive della persona. Quindi verosimilmente vediamo che quella persona, oltre a fare qualcosa di ostile, ha anche delle qualità positive che noi faremo in modo di ricordare. Fosse anche un bel tono di voce o una certa intelligenza.
C’è poi un livello più sottile che possiamo chiamare ‘familiarizzarci con il gusto di lasciare gli altri liberi di essere come sono’, piuttosto che dare la priorità -come di solito facciamo- al pensiero “Non mi piace quello che fai, come sei, eccetera”. Questo è un cambiamento delle nostre priorità piuttosto notevole e. quando ci riesce, è molto liberante.
Arriviamo ora alla cosa più difficile, cioè riuscire a trasformare l’altro ‘perturbante’ in un altro ‘pacificante’. Come si fa? Ecco, si tratta di prendere quello che ci arriva di ostile e di negativo (una parola, uno sguardo, un gesto) come inviti perentori a suscitare consapevolezza, gentilezza amorevole e accettazione. Ossia l’altro ci attacca e noi cerchiamo di trasformare l’aggressione in un invito a risvegliarci alla consapevolezza e a ricorrere alla compassione e all’equanimità piuttosto che all’avversione e alla chiusura. Questo non vuol dire che noi, se ci sembra necessario, non esprimiamo il nostro dissenso alla persona X, e non prendiamo distanze dalla persona Y. Ciò riguarda l’esterno, al nostro interno – se vogliamo lavorare in direzione della pace – deve esserci sempre uno sfondo di equanime comprensione-accettazione della realtà. […]”
(Corrado Pensa, in SATI, gennaio-aprile 2021 pagg. 10-11)

La rabbia

“[…] La parola “aggressività” viene dal latino adgredi: avvicinarsi a qualcosa, porre mano a qualcosa, risolvere qualcosa. Se ingoio la rabbia, essa mi paralizza e mi sottrae energia. Se invece reagisco in modo adeguato si trasforma per me in una sorgente di energia importante…
Si tratta, prima di tutto, di percepire l’aggressività. Non devo agirla. In quel caso, infatti, l’aggressività mi ha in pugno. Si tratta di gestirla in maniera attiva e consapevole. Allora posso decidere liberamente come rapportarmi ad essa, se l’aggressività mi voglia soprattutto proteggere
dagli altri o se sia un impulso a mettere mano a qualcosa e a cambiarla. In tal caso l’aggressività verrebbe trasformata in una forza motrice positiva. […]”
(Anselm Grün)

La pace e la sofferenza

“[…] Vorrei ora riflettere sulla relazione tra pace e sofferenza. Per esempio prendiamo un moto di avversione o di tristezza e guardiamo a qualcosa che succede piuttosto spesso. Ossia saltiamo dentro questo moto di tristezza o di avversione con quella che si chiama proliferazione emotivo-concettuale. C’è dunque questo stato emotivo – l’avversione o la tristezza – e noi cominciamo a proliferare cioè ad aggiungere pensieri, confronti, immagini. Questa tipica reazione della mente non lavorata che chiamiamo proliferazione emotivo-concettuale, potremmo paragonarla a una betoniera perché solidifica questo stato, lo rende più solido, gli impartisce una densità, una pesantezza.
Ossia quando ‘lavoriamo’ qualsiasi stato emotivo e qualsiasi pensiero con questa potente betoniera stiamo letteralmente fabbricando sofferenza e fatica. Inoltre, insieme all’attività dellaproliferazione c’è anche la fede cieca nella proliferazione. Quindi possiamo dire che ci sono due attività: l’attività di proliferare e l’attività – se possiamo chiamarla così – di credere ciecamente a tutto quello che la mente dice. Però se noi sostituiamo queste attività del proliferare e di avere fiducia nella proliferazione, con l’ascolto consapevole, allora la situazione è completamente diversa. Dunque, c’è tristezza: entriamo in silenzio dentro la nostra tristezza. C’è avversione: entriamo in punta di piedi dentro la nostra avversione. Questo succede se abbiamo attivato la consapevolezza invece della proliferazione con relativa fede cieca. Il training è imparare piano piano a svegliarsi e a sostituire queste attività con l’attività osservante che è una cosa completamente diversa. Allora succede che nella sofferenza – tristezza e avversione sono sofferenza – c’è pace, ossia una disposizione all’apertura e alla presenza. Nel momento in cui noi riusciamo a tenere una presenza consapevole è come se fossimo un’altra persona, non siamo più bambini spaventati. C’è qualcosa di adulto nel rivolgersi alla consapevolezza, a differenza della ‘mente non lavorata’, che si schiera sempre in un processo continuo di identificazione. […]”
(Corrado Pensa, in SATI, gennaio-aprile 2021)

Dedica qualche momento al divino…

“[…] Ogni mattina quando la mente ancora non è occupata dalle incombenze della quotidianità dedica qualche momento al divino : inspira profondamente e domanda che tutte le benedizioni presenti nell’aria penetrino nel tuo corpo e si diffondano in ogni cellula . Espira lentamente impegnandoti a proiettare intorno a te gioia e pace . Fallo per almeno dieci volte. […]”
(Tratto da Aleph di Paulo Coelho)

Il sintomo

“[…] La via della consapevolezza consiste nell’accettarci così come siamo in questo momento, con o senza sintomi, con o senza dolore, con o senza paura. Invece di rifiutare la nostra esperienza come indesiderabile, ci chiediamo: «Che cosa mi dice questo sintomo? Che cosa mi rivela del mio corpo e della mia niente in questo momento?»
Ci permettiamo, almeno per un momento, di entrare nella piena sensazione del sintomo. Questo richiede coraggio, specialmente quando il sintomo è doloroso o quando abbiamo paura della morte. Ma puoi almeno fare un piccolo esperimento, avvicinarti un pochino al sintomo, diciamo per dieci secondi, tanto per guardarlo po’ più da vicino.
Quando facciamo questo, incontriamo anche le emozioni che il sintomo ci provoca. Se proviamo rabbia, rifiuto, paura, disperazione o rassegnazione, cerchiamo di osservare anche queste cose il più spassionatamente possibile. Perché? Per la sola ragione che è la nostra esperienza in questo momento. Questo è il luogo in cui ci troviamo. Se vogliamo guarire e muoverci verso un maggiore benessere, dobbiamo partire da dove siamo, non dà dove vorremmo essere. […]”
(Jon Kabat Zinn)

Afferrare la vita piena

“[…] Nessuno di noi può fermare il continuum della vita… Non possiamo evitare di invecchiare e nessuno sa quando morirà… Penserete forse che sia pessimista, ma in realtà sto solo sottolineando che spesso finiamo per soffermarci sulle cose che non possiamo cambiare, come il tempo che passa, piuttosto che su quelle che possiamo cambiare, come il modo in cui viviamo…
Perché non insegnare alla mente ad afferrare la vita a piene mani e ad andare dritto alle cose buone? […]”
(Gyalwa Dokhampa, La mente tranquilla, Ubaldini Editore, Roma 2016, p. 7)

 

La paura

[…] Per me la paura è come quando vedi un serpente. Se vediamo un serpente, la reazione immediata è di prendere un bastoni: a quel punto o lo ammazzi o scappi.
questo è l’istinto primordiale più stupido del mondo. lnvece quando hai paura dovresti fermarti, fare un passo indietro, uno solo, per rispetto della paura.
Nel caso del serpente, se fai un passo indietro, riesci a guardare meglio, magari ti accorgi che il serpente sta mangiando, che prende il sole, che non ti vuole azzannare.
Con la paura sentiresti già il morso alle caviglie, se invece ti fermi e guardi meglio, scopri che la realtà spesso diversa da quello che la paura ti fa vedere.
Così è nell’amore: la paura più grande è quella di essere abbandonati. Quando hai paura di essere abbandonato diventi velenoso, aggredisci o scappi.
Anche lì dovresti riuscire a fare la stessa cosa: fare un passo indietro, fermarti. Magari il tuo uomo, la tua donna non ti vuole abbandonare, magari sei te che in quel momento hai
bisogno di attenzioni e trasformi quel bisogno in paura; così ti convinci che tutto è finito, mentre la realtà è ben diversa. […]”
(Don Luigi Verdi)