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“[…] Nella comunicazione empatica l’”accompagnatore”, colui che ascolta e si apre pienamente all’altro, inizialmente pone delle domande al suo interlocutore. Le domande hanno lo scopo di confermare all’accompagnatore, via via che arrivano le risposte, che la sua traduzione  corrisponda con esattezza a quello che è stato detto. Il punto interrogativo (la domanda) è molto importante all’inizio della comunicazione empatica, perché esprime la consapevolezza dell’accompagnatore di non sapere per l’altro (niente è scontato). Inoltre, indica un momento di pausa che permette all’interlocutore di ascoltarsi, di rimanere con se stesso, uno spazio di ascolto che con l’inoltrarsi nella comunicazione diverrà sempre più ampio, con un rallentamento dello scambio verbale che permetterà all’interlocutore di penetrare nei suoi propri veri bisogni e quindi, anche in maniera dolorosa, comunicarli. E’ importante rispettare questi tempi, l’accompagnatore si deve confrontare anche con la propria impotenza dinanzi al dolore altrui, senza tentare di trovare la soluzione più veloce. […]”

(Tratto dalla conferenza esperienziale: “La comunicazione non violenta. Modi di comunicare per restare in relazione”, svoltasi al Centro il 12 gennaio 2019 e dal libro “Empatia al cuore della comunicazione non violenta”, di Jean-Philippe Faure e Celine Girardet)

“[… ]La felicità è uno stato d’animo duraturo nel tempo, più duraturo di qualsiasi emozione. E’ una sensazione di prolungato benessere generale, di soddisfazione ed appagamento che permane nonostante i disagi che possono presentarsi nel nostro quotidiano.
La felicità nasce dal nostro atteggiamento, ha cause interiori a noi (“La felicità proviene dalle tue azioni fisiche, verbali e mentali – Dalai Lama”), e pertanto possiamo alimentare e fissare in noi la felicità grazie ai nostri comportamenti, al modo di affrontare il nostro quotidiano e dalla nostra visione di noi stessi e del mondo che ci circonda; ad esempio: coltivando emozioni positive ed attitudini altruistiche (è stata dimostrata dalle neuroscienze la relazione tra alta connessione con l’altro e gli altri e maggior vissuti di felicità), coltivando emozioni, pensieri ed atteggiamenti che ci rendono felici.
Essere in connessione con me stesso, e quindi anche con gli altri, mi apre anche all’ascolto di cosa io effettivamente desideri; ascoltandomi potrò muovermi nel mondo seguendo ciò che voglio tornare ad essere,  ciò che essenzialmente sono. Quindi, come quando eravamo  bambini, torniamo a meravigliarci di ciò di cui facciamo esperienza, ad essere curiosi ad interagire con ciò che ci circonda come se fosse la prima volta che lo vediamo. Dai qui parte la nostra responsabilità ad essere felici, togliendoci la fallace illusione che la felicità dipenda dagli altri.
Il piacere, invece, ha una durata nel tempo più breve della felicità, non sempre da soddisfazione ed appagamento e dipende da qualcuno o qualcosa esterni a noi. Il piacere ha comunque un ruolo importante in natura, in quanto regola alcune nostre funzioni fondamentali  per la nostra sopravvivenza, si pensi al cibo od alla sessualità. In Natura esiste un picco del piacere, oltre il quale non vi è più piacevolezza. Se sono in contatto con me stesso (ecco entrare in scena la consapevolezza) una volta che ho raggiunto quel limite, non reiterò oltre quell’azione perchè il mio piacere è soddisfatto, vi è appagamento. Ma spesso non sono in contatto con me stesso (mancanza della propria consapevolezza) e così inseguo freneticamente un piacere ormai passato e non più, in quel momento, raggiungibile. Si crea così un’aspettativa illusoria di un piacere che non potrà arrivare, ma continuo a perseguirlo facendomi male. Oppure non sazio, ho bisogno, in maniera non naturale e non in contatto con il mio vero desiderio e bisogno, di avere sempre più piacere, e continuo a cercarlo, ma sempre senza appagamento (si crea così la dipendenza e l’assuefazione). Quindi, il problema è il rinforzo a ricercare quello stimolo che determina piacere, il disperato ripetere l’esperienza piacevole, l’attaccamento a voler vivere continuamente quell’esperienza piacevole, oltre il proprio picco naturale (“Il piacere è miele sulla lama”) […].

(Tratto da: “Festa di fine anno”. Interventi di vari operatori su “La felicità. Come coltivarla” – Intervento di Roberto Di Ferdinando)

 

Nella vita accadono molti eventi ed a volte possiamo sentirci scoraggiate/i. È utile ricordare che se qualcosa accade e si presenta nella nostra vita è perchè siamo pronte/i ad affrontarla. Maria Montessori scrive ne “Il segreto dell’infanzia“: “l’uomo viene confrontato dal destino con quei principi che non ha ancora realizzato , che gli sono estranei , che gli mancano”.

22nd August 1949: Italian physician and educationalist Maria Montessori (1870 – 1952). (Photo by Keystone/Getty Images)

“[…] Spesso abbiamo difficoltà a percepire la nostra rabbia, a permetterci di sentire di essere arrabbiati. Ed ancora più spesso ci sentiamo in colpa se ci siamo arrabbiati. Abbiamo dei modelli, degli ideali di noi stessi che ci fanno percepire come coloro che devono essere buoni, tolleranti, moderati e mediatori. Non solo, forse nascendo e o crescendo in ambienti in cui la rabbia verbale e quella fisica erano presenti, ci siamo imposti (illusi) di essere diversi (migliori?) da coloro che la praticavano, così negando ogni nostro sentimento rabbioso. La rabbia non né buona né cattiva, semplicemente la rabbia è un’emozione naturale, primaria e funzionale. Quindi, ha una sua funzionalità ed utilità. Infatti, in situazioni di pericolo attingere alla nostra rabbia può permetterci di salvare anche la nostra vita. Mentre sopprimere tale emozione naturale può causare depressione, effetti psicosomatici, ruminazione rabbiosa, oltre che metterci in situazioni di pericolo.
Nel momento della percezione del pericolo, l’amigdala (la ghiandola che invia impulsi all’ipotalamo per l’attivazione del sistema nervoso simpatico) prende il sopravvento sulla neocorteccia (non è il momento della valutazioni concettuali). Nel corpo aumentano il cortisolo e l’adrenalina per rendere il corpo pronto a rispondere al pericolo con l’attacco o la fuga: i muscoli si tendono per l’azione, il cuore pompa più sangue per gli arti periferici (gambe, braccia, mani), mentre si fermano il sistema immunitario e quello digestivo per fornire più risorse ed energie al sistema simpatico, di attivazione. Tale meccanismo complesso è funzionale nell’affrontare un pericolo reale. Il problema si presenta quando percepiamo pericoloso un evento che nella realtà non lo è, ed inneschiamo comunque questo sistema caldo di attivazione. Oppure, quando la rabbia diventa l’unica risposta e quella automatica nella nostra vita quotidiana e nelle nostre relazioni. Questo nostro atteggiamento costringe il nostro organismo a vivere in continuo allarme e stress con conseguenze nefaste per la nostra salute ed il nostro benessere.
[…] La rabbia non è paura, stress o ansia, ma è usata per non sentire lo stress, la paura e l’ansia. […]
Non solo, attraverso la rabbia creiamo una visione distorta dell’oggetto (persona o cosa) “causa” della rabbia. In tal modo esageriamo gli aspetti sgradevoli dell’oggetto, percependolo come sbagliato, e gli aspetti sgradevoli sembrano caratterizzare l’oggetto, creando così la visione del nemico (il pericolo, il nemico sono fuori da me). Siamo in continua guerra con tutto e tutti. […].
Eppure la rabbia ha molte funzioni positive; infatti, è un modo per esprimere, in maniera forte e decisa, una non approvazione, può motivarci a fare diversamente, ci spinge ad assumere responsabilità, può ristabilire una giustizia, può aumentare la creatività e il problem solving.
Quindi, l’obbiettivo non è negare od evitare di arrabbiarci, questo è impossibile; l’obiettivo è osservare come uso la mia rabbia, se la condanno e la evito o se la uso ed abuso come risposta automatica.
La strada da percorrere è l’ascolto di noi stessi e delle nostre emozioni, la pazienza (più sono in stress meno ho pazienza e capacità di ascolto ed osservazione, meno consapevolezza), l’attenzione a quello che mi accade ed a quello che sento, modulando risposte diverse a situazioni diverse che mi si presentino. Ovviamente tutto ciò è semplice ma non è facile, ma posso comunque iniziare ad osservare alcuni miei atteggiamenti quotidiani ed a scegliere delle alternative:
Risolvo il conflitto con le mani? Parlo.
Sono autoritario? Mi confronto da una posizione di uguaglianza.
Arrivo subito alle conclusioni? Verifico tutti gli aspetti e fattori e poi esprimo un’opinione.
Dico la prima cosa che penso? Aspetto prima di parlare.
Cerco situazioni che mi fanno arrabbiare entrandoci con uno stato di consapevolezza.
Attenzione a come comunico.
Pazienza ed aspettare […]”

(tratto dal Laboratorio “Dalla reazione all’assertività – Tecniche corporee” di Roberto Di Ferdinando)

“Nuovi perché non più comprensibili da parte di quei genitori, docenti e adulti, che utilizzano come chiave interpretativa le propria adolescenza, la “vecchia adolescenza”.
Nuovi perché frutto di un cambiamento radicale del ruolo e della funzione materna e paterna, frutto di diverse regole e valori sociali.

La crisi dei riti di passaggio e i nuovi miti affettivi.
Scomparsa o attenuazione riti di passaggio (leva militare, esame di maturità, ingresso mondo del lavoro, liberazione dai costumi sessuali, matrimonio, procreazione).
Molti genitori pensano che a far nascere la famiglia sia stato il figlio, un figlio fondamentalmente “buono” e con elevate competenze relazionali e notevoli capacità di stringere amicizia e cooperare.
“Meno regole e meno punizioni”, scompare la paura e il senso di colpa legato alla trasgressione.
L’obiettivo è quello di accompagnare il figlio verso la realizzazione di sé e dei suoi talenti naturali.

Complicità come fattore che segna il rapporto genitori figli nella società contemporanea, il dialogo ha sostituito il severo distacco del passato, i figli hanno un maggior potere contrattuale, spesso si assiste a una loro difesa a oltranza.
Modalità di apprendimento, dal verticale all’orizzontale, in passato erano gli adulti a detenere il sapere la cui trasmissione passava da una generazione all’altra in modo gerarchico. Ora c’è la Rete, siamo nell’epoca dei cosiddetti “nativi digitali” (Ferri, 2011). “L’amicizia” nei social network.

Generazioni confuse
Lento svanire dei confini generazionali, verso una progressiva attenuazione se non addirittura annullamento delle differenze; ma il limite costituisce una barriera che segna una differenza, i limiti sono fondamentali per la costruzione dell’identità.
Accorciamento infanzia e anticipazione ingresso adolescenza, c’è una pubertà psichica che precede la pubertà biologica; si è socialmente precoci. “Infanzia rubata”?, “Adultizzazione precoce”?
Adolescenze interminabili o giovani adulti? A quale età possiamo ritenere si concluda il processo adolesenziale? Adolescenza fino a 18/19 anni poi “giovane adulto”. “Generazione cerniera”, “I pre-adulti”.

Una nuova interpretazione del ruolo materno
Lo sguardo della mamma vede più le capacità dei bisogni del bambino, è impegnata a capire che tipo di bambino le è capitato.
Bambino partecipa alla co-costruzione della relazione materna: la mamma aiuta e sostiene il bambino nella crescita, il bambino la aiuta ad acquisire empaticamente le competenze materne.
Prima indicava la strada dell’appartenenza e della condivisione, ora indica quella della autonomia e socializzazione; preferisce un figlio autonomo, che dipendente e mammone. Ne ha bisogno è una mamma che lavora.
Stimola fin dall’inizio l’autonomia attivando buone relazioni con i mondi/istituzioni in cui lo inserisce.

La crisi dell’autorità paterna
La domanda di oggi che attraversa il disagio della giovinezza
non è una domanda di potere e disciplina, ma di testimonianza.
Sulla scena non ci sono più padri-padroni,
Ma solo la necessita di padre-testimoni.”
(M. Recalcati, 2013)
L’evaporazione del padre”. (Lacan, 1968)
“Il grande assente”. (Saito, 1998)

Eclissi figura paterna, si dice che i padri sono “assenti”, ma quello che possiamo constatare é che non sono mai stati così presenti come ai giorni nostri. Ciò che è “assente” non sono i padri, ma “il Padre”, l’autorità paterna che un tempo organizzava l’intero vivere civile.

I nuovi padri tra fragilità
e ricerca del ruolo
Dal padre etico al “padre materno” (Argentieri, 2005)
Da un lato si è radicalmente “maternizzato”, da l’altro la vicinanza emozionale del figlio anche piccolissimo lo ha indotto a divenire “empatico”, esperto nel sostenere la crescita affettiva e relazionale e non solo quella etica e normativa. E’ divenuto un padre affettivo e relazionale.
“Il padre che oggi viene invocato non può più essere il padre che ha l’ultima parola sulla vita e sulla morte, sul senso del bene e del male, ma solo un padre radicalmente umanizzato, vulnerabile, […] capace di dimostrare attraverso la testimonianza della propria vita, che la vita può avere un senso.” (Recalcati, 2013)

La famiglia e il nuovo progetto educativo
Il cambiamento del modello educativo familiare ha giocato un ruolo determinante nella nascita dei nuovi adolescenti.
Dal modello etico a quello estetico: progressivo abbandono del modello educativo della colpa e del castigo per quello affettivo e relazionale; il compito è quello di farsi obbedire per amore non per paura.
Il bambino non nasce più nell’ombra del peccato originale, non più tendenzialmente colpevole e bisognoso di riscatto attraverso l’educazione, le regole e i valori che gli devono essere imposti.
Genitori indotti a pensare che il loro mandato sia quello di aiutare il bambino ad assecondare la sua vera natura, che è buona e intelligente. Prevale per la coppia genitoriale l’intenzione di svolgere una “funzione ostetrica”, piuttosto che quella di cercare di mettere dentro al proprio figlio regole e rappresentazioni precostituite.”

( Tratto dalla conferenza “I nuovi adolescenti: alla ricerca di sé nella società contemporanea” relatore il dott. Gabriele Nardi del 22 settembre 2018 – Consulta le slide della conferenza)

“Ritornare alla Sorgente significa ritornare ad ascoltare il proprio corpo, tornare a sentire cosa sinceramente desidero. Quindi, abbandonare gli automatismi, ed evitare di dare la solita risposta a situazioni quotidiane differenti. In varie tradizioni vi è una rappresentazione dell’uomo come insieme di tre grandi aree (o cervelli): pancia (gambe, genitali bacino, stomaco e intestino) cuore (petto, scapole, braccia, spalle) e mente (gola, occhi e cervello). La “pancia” indicativamente rappresenta i bisogni primari (mangiare, dormire, piacere, sensualità, il godere puro…), il “cuore” è il luogo della socializzazione, della relazione, dei sentimenti, del prendersi e prendere cura. Infine, la “mente” che raccoglie le capacità di programmare concettualizzare, comunicare… Alle volte capita di sentire che una persona è definita di ‘pancia’, ‘di cuore’ od è ‘mentale’. Spesso queste generiche classificazioni hanno un’accezione negativa. Con ‘persona di pancia’ si intende colei che usa molto la forza di base, spesso reattiva e potenzialmente violenta. La ‘persona di cuore’, invece, aprendosi molto nelle relazioni e vivendo le emozioni senza filtri spesso ne è travolta, con conseguenze dolorose. La ‘persona mentale’, infine, concettualizza tutto quello che le accade, manifesta una certa rigidità nello stare al mondo, odia ed evita qualsiasi cambiamento ed imprevisto e non vive l’esperienza reale completa, ma si limita solo ad ipotizzarla e sezionarla. Quindi questi “tipi” di persone usano nel loro quotidiano sempre la solita azione (reazione, emotività o raziocinio estremo) dinanzi a situazioni diverse. Ritornare alla Sorgente significa poter modulare una risposta a seconda della situazione, non più reattività automatica. Pur essendo ognuno di noi, nell’automatismo, di ‘pancia’, o di ‘cuore’ o ‘mentali’, ascoltandoci profondamente e sentendo i nostri desideri e bisogni (ritornando ad ascoltare il corpo) potremo rispondere agli eventi della vita facendo convivere tutte e tre i nostri “cervelli”. Se sono di pancia, potrò reagire con decisione, ma mantenendo anche il contatto con il mio cuore, con la mia capacità di creare e mantenere relazioni con l’altro, essere e mantenere un livello di umanità oltre ad ascoltare il mio intuito, la mia saggezza, la mia mente non condizionata. Ritornare alla sorgente significa che ogni mia parte lavora insieme per il mio benessere, senza che nessuna parte prevalga continuamente annullando le altre […].”
(Tratto dalla presentazione del corso “Ritorno alla Sorgente”, di Roberto Di Ferdinando)

Preparando la giornata di Pratiche Mindfulness di sabato 20 ottobre , riposando nel momento presente🌺:
Un animale che vive nella foresta, quando è ferito sa che cosa fare: smette di cercare qualcosa da mangiare o un partner con cui accoppiarsi: grazie a una conoscenza ancestrale, che risale a molte generazioni passate, sa che non sarebbe la cosa migliore da fare in quel momento. Così si trova un posto tranquillo e si limita a starsene sdraiato senza fare nulla. Gli animali, tranne gli esseri umani, sanno istintivamente che fermarsi è il modo migliore per guarire; non hanno bisogno di un medico, di una farmacia o di un farmacista.
Una volta anche noi esseri umani avevamo questo tipo di saggezza, con la quale però abbiamo perso i contatti. Non ci sappiamo più riposare: non permettiamo al corpo di riposare, di rilasciare le tensioni e di guarire.
Thich Nhat Hanh🌻

Molto spesso nella vita quotidiana ci mettiamo pressione nel fare, nell’apparire…cos accade se ci fermiamo a riposare nel momento presente e allentiamo l’idea di solidità che abbiamo di noi stesse/i e della vita?

Li chiamano hikikomori, termine giapponese che significa “stare in disparte”, sono i cosiddetti adolescenti in “volontaria reclusione”, dormono durante il giorno e vivono di notte per evitare qualsiasi confronto e si rifugiano in Rete e nei social network. Sono giovani, tra i 14 e i 25 anni, abbandonano la scuola, gli amici, interrompono le comunicazioni e trascorrono gran parte della loro giornata nelle loro camere, in completo isolamento. In Giappone le stime ufficiali ci dicono che hanno da poco raggiunto la preoccupante cifra di un milione di casi, in Italia gli ultimi dati parlano di 100mila casi italiani di hikikomori: ormai è ufficiale, se pur con le dovute differenze è un fenomeno ampiamente diffuso anche in Italia. Spesso si tende a confondere il fenomeno con sindromi depressive o “dipendenza da internet” ma i realtà si tratta di un fenomeno dai contorni ben diversi per questo quello riportato è un numero destinato ad aumentare se non si riuscirà a darne una precisa collocazione clinica e sociale e individuare efficaci strategie di intervento.
(Tratto dalla conferenza: “I nuovi adolescenti: alla ricerca di sé nella società contemporanea” relatore il dott. Gabriele Nardi del 22 settembre 2018)
Consulta le slide della conferenza:
https://drive.google.com/open?id=1zrcKzXwJT6D_mnjjlMiNUbrgXt0gkjog

Perché ‘Ritornare alla Sorgente’? Alcuni anni fa un mio formatore usò questa espressione: “Semplicemente abbiamo bisogno solo di ‘Ritornare alla Sorgente’”. Cosa significa? Fin dalla nascita su ognuno di noi vengono fatti dei progetti che ci indirizzano verso una meta che si preannuncia lontana: “devi essere così per ottenere qualcosa, devi fare così per raggiungere qualcosa oppure, non devi essere così e non devi fare così se vuoi diventare quello che desideri (spesso per realizzarci e realizzare ciò che gli altri desiderano per noi)….”. Negli anni avvenire continuiamo a voler (?) (dover) seguire degli obiettivi “sociali”:” devo evolvermi, migliorarmi, devo fare ancora molta strada, devo aver quel lavoro, devo realizzare un tipo di famiglia, devo avere una posizione sociale…”. Quindi, ancora una volta modelli lontani, idealizzati, da raggiungere a tutti i costi per farmi sentire vivo e partecipe nel mondo, ma che in realtà mi portano via dal mio vero Sè, da chi veramente sono e da ciò che effettivamente desidero. Invece, l’unico movimento da fare è quello verso di me, ritornare a me stesso. Ritornare a chi effettivamente sono, alla mia essenza naturale. Alla sorgente.
Quando nasco ho tutte le mie qualità essenziali: so amare in maniera incondizionata, gioisco pienamente, se ho paura la esprimo, se ho un bisogno lo manifesto apertamente. Ovviamente, mi manca la consapevolezza dell’esperienza che sto vivendo, ma vivo completamente nel mio corpo, nel mio essere. Dopo alcune settimane dalla mia nascita iniziano i condizionamenti, e dopo alcuni anni si presentano le prime chiusure, i blocchi fisici ed emotivi, strutturo le mie difese per aderire ad un modello imposto dall’esterno. In quel momento mi dimentico completamente del “chi sono”, della mia Essenza, della mia Natura. Si forma così, per la mia storia vissuta, un’immagine che io darò agli altri ed una che darò a me stesso e con le quali mi identificherò completamente. Immagini che non corrispondono a quello che sono ma a quello che dovrei essere per essere accettato ed accolto dagli altri. Così pongo ancora una volta, per l’ennesima volta ulteriori obiettivi, sempre lontani e che non si realizzeranno mai (ma che ostinatamente e inutilmente continuerà a voler realizzare), in quanto non veri, non sinceramente sentiti, ma idealizzati e per far felici altri, non me. Quindi, Il cammino è tornare a me, non è in avanti, ma verso di me, dentro di me. Chi sono veramente io? Cosa desidero veramente?….”
( Tratto dalla conferenza e dalle presentazioni di ” Ritorno alla sorgente” di Roberto Di Ferdinando)