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“….pensare al prossimo passo, al prossimo respiro”

“[…] Vedi Momo, disse [Beppo lo spazzino], per esempio, è così: certe volte si ha davanti una strada lunghissima. Si crede che è troppo lunga; che mai potrà finire, uno pensa.
Guardò un po’ in silenzio davanti a sé e poi proseguì: “e allora si comincia a fare in fretta. E sempre più in fretta. E ogni volta che alzi gli occhi vedi che la fatica non è diventata meno.
E ti sforzi ancora di più e ti viene paura e alla fine resti senza fiato e non ce la fai più… e la strada è sempre là davanti. Non è così che si deve fare”.
Pensò ancora un poco, poi seguitò: “non si deve mai pensare alla strada tutta in una volta, tutta intera, capisci? Si deve soltanto pensare al prossimo passo, al prossimo respiro, al prossimo colpo di scopa. Sempre soltanto al gesto che viene dopo”. Di nuovo si interruppe per riflettere, prima di aggiungere: “Allora c’è soddisfazione; questo è importante, perché allora si fa bene il lavoro. Così deve essere […]”.(Michael Ende, Monto, tr. it. di Daria Angeleri, Longanesi, mano, 1973, p. 35.).

La reazione davanti alla sofferenza

“[…] La reazione spontanea di fronte alla sofferenza e la percezione di essa dell’individuo contemporaneo è piuttosto: bisogna fare qualcosa, bisogna trovare ed eliminare la causa della sofferenza e individuare gli autori della sventura. Se poi questi vengono
trovati, allora ci si mette contro di loro in segno di protesta e gli si dimostra la propria rabbia. Infatti, l’esperienza della sofferenza esige “solidarietà”. In relazione alla sofferenza l’uomo contemporaneo non si sente tanto chiamato alla compassione, aiutando per esempio a sopportare il dolore, quanto all’azione che si propone di impedirlo. Così non deve guardare il sofferente negli occhi. Il suo sguardo viene distolto dal sofferente e rivolto, invece, ai fatti e, soprattutto, ai colpevoli. Cioè, non si considera tanto il sofferente, quanto invece si cerca di percepire la “causa” della sofferenza, visto che il principio è: la sofferenza non va sopportata, tollerata o accettata, ma va eliminata. Il fatto che la
sofferenza ci sia “ancora”, dice il Moderno, è un accusa al mondo e una condanna alle sue relazioni, mentre solo un mondo e una società in cui nessuno soffre sono un mondo umano e una società umana.
Il programma del Moderno è quindi utopico, anzi lo si potrebbe anche definire, in parole povere, illusorio o fallace. L’essere umano che si attribuisce la competenza e il potere per liberare il mondo dalla sofferenza, dimentica di essere mortale e che la vita ha un termine. Può essere che si tratti di questo: che la disposizione all’azione copra ciò che nessuna azione può eliminare dal mondo. […]”
(Gerd B. Achenbach)

Tutto dipende dal modo che scegliamo di vedere le cose

“[…] devi capirlo: che le cose sono una vite che continua a girare, senza fine, che procura tristezza e dolore. E il tuo continuo lamentarti del tuo destino, aumenta solo la tua infelicità. Ti togli a priori la possibilità di sorridere di qualcosa e in questo modo persino il tuo mal di stomaco peggiorerà. Se tu avessi un amico il quale si lamentasse amaramente anche lui di tutto, cercheresti senza dubbio di calmarlo e di fargli vedere il mondo sotto un’altra luce. Perché allora non provi ad essere amico anche di te stesso? Dico seriamente, ci si dovrebbe volere
po’ di bene, perché spesso tutto dipende dal modo che scegliamo di vedere le cose. […].
Bisogna prendere partito per se stessi e non contro. E come se fossimo degli eloquenti avvocati che, se vogliono, possono trovare anche dei motivi per essere soddisfatti.
Ho sempre notato che gli esseri umani si lamentano del loro lavoro senza pensare e, a volte, quasi per compiacenza. Se però si spingesse poi a parlare non di quello che devono sopportare della loro professione, ma di quello che in essa sono in grado di fare, diventerebbero degli accesissimi poeti.
Prendiamo un esempio: piove leggermente, siete per strada, aprite l’ombrello. È sufficiente. A che serve aggiungere il tipico commento: “ancora questa pioggia!”. Non serve a eliminare la pioggia, né le nuvole e neppure il vento. Perché allora non dire: “ma che bella pioggerella!”. Certo, direte, questo commento non servirà contro la pioggia, ma a voi sì: ne sarete riscaldati, perché è proprio questo l’effetto della piccola gioia, e vi  troverete quindi nella situazione in cui, anche se piove, non vi raffredderete.
Prendete ora gli altri esseri umani così come la pioggia. Non è così facile, direte. Eccome! Con le persone è persino più semplice che con la pioggia! Perché se la pioggia non vi regala un sorriso sulle labbra, le persone invece sì. La gentilezza degli altri, infatti, si lascia spesso ricambiare con un sorriso e questo rende le cose meno tristi e meno noiose. Prescindendo poi dal fatto che trovate molto facilmente delle scuse per voi stessi se provate a verificare in voi stessi almeno una volta. Marco Aurelio si diceva ogni mattina: “oggi incontrerò qualche chiacchierone bugiardo e noioso, ma è così solo a causa della sua ignoranza”.
(Émile-Auguste Chartier, detto Alain)

Imparare a vedere

“[…] Imparare a vedere – abituare l’occhio alla pacatezza, alla pazienza, al lasciar-venire-a-sé; rimandare il giudizio, imparare a circoscrivere e abbracciare il caso particolare da tutti i lati.
E’ questa la propedeutica prima alla spiritualità: non reagire subito ad uno stimolo, ma padroneggiare gli istinti che inibiscono e precludono.
Imparare a vedere, così com’io lo intendo, è un dipresso quel che il linguaggio non filosofico chiama volontà forte: l’essenziale in ciò è appunto non “volere”, saper differire la decisione. Ogni assenza di spiritualità, ogni trivialità ha la sua base nell’incapacità di opporre resistenza a uno stimolo – si deve reagire, si asseconda ogni impulso. […]”
(Friedrich Nietzsche)

Entrate nel respiro

“Voi che vi concedete di sentire: entrate nel respiro
che è più che vostro.
Lasciate che vi sfiori le guance
mentre si divide e si ricongiunge dietro di voi.
Benedetti, integri,
voi dove il cuore comincia:
siete l’arco che scocca le frecce
e siete il bersaglio.
Non temete il dolore. Lasciate che il suo peso ricada
nella terra;
poiché pesanti sono le montagne, pesanti i mari.
Gli alberi che avete piantato nell’infanzia sono diventati
troppo pesanti. Non potete portarli con voi.
Concedetevi all’aria, a ciò che non potete trattenere.”
(Rainer Maria Rilke – Parte prima, Sonetto IV)

Abbracciare il mistero

“[…] Vivere nel Mistero è ascolto profondo, ascolto ed apertura all’imprevedibile. Non si tratta di catturarlo. È piuttosto come quando ci offriamo completamente al mistero ascoltando un bellissimo brano musicale e, nel farlo, ci accorgiamo che noi siamo il Mistero e che non lo stiamo semplicemente osservando. Vivere con il Mistero è aprirsi a una vita caratterizzata da un costante cambiamento e da un costante divenire. E il Mistero ci chiede di vivere in armonia con questo continuo dispiegarsi, il Mistero ci chiede di essere autenticamente vivi. E quando riusciamo a fluire scopriamo che le nostre vite, piuttosto che essere un percorso lineare verso una fine precostituita, diventano piene di infinite possibilità. Ogni assaggio di questa esperienza espande il nostro amore e ci avvicina all’inesauribile mistero dell’esistenza. Così come tempo fa un mio maestro spirituale mi chiese: “Frank, sei disposto a lasciare andare la tua storia e ad entrare nel Mistero?»”
(Frank Ostaseski)

Inizia ad avvicinarti

“Inizia ad avvicinarti, non fare il secondo passo, nè il terzo, inizia con il primo, avvicinati al passo che non vuoi fare.
Inizia con il terreno che conosci, il pallido terreno tra i tuoi piedi, la tua maniera personale di iniziare una conversazione.
Inizia con la tua domanda, lascia perdere le domande degli altri. Non lasciare che gli altri soffochino quella semplicità.
Per trovare la voce di un altro segui la tua voce, aspetta fino a che questa voce diventi un orecchio privato che possa ascoltare la voce degli altri.
Inizia ora fai un piccolo passo, che tu possa chiamare tuo non seguire eroicamente gli altri, sii umile e concentrato inizia ad avvicinarti, non confondere gli altri con te stesso.”
(David Whyte)

Il rapporto con gli altri e la nostra pace

“[…] Gli altri intesi come persone gentili sono un veicolo di pace: un rapporto di amicizia, un rapporto di affetto sono una grandissima fonte di pace.
Però oltre all’altro gentile, c’è anche l’altro ostile. Questo va in direzione completamente diversa rispetto alla pace. Come si lavora con questa variata situazione? La prima cosa che viene in mente è la consapevolezza. Inoltre possiamo aggiungere qualcosa d’altro a cominciare di dalla ‘familiarizzazione, vale a dire cercare di familiarizzarci con gli aspetti positivi dell’altra persona. Anche se ci è piuttosto antipatica e se nutre ostilità verso di noi. Dunque, possiamo coltivare l’intenzione di cogliere, insieme alle negative, anche le qualità positive della persona. Quindi verosimilmente vediamo che quella persona, oltre a fare qualcosa di ostile, ha anche delle qualità positive che noi faremo in modo di ricordare. Fosse anche un bel tono di voce o una certa intelligenza.
C’è poi un livello più sottile che possiamo chiamare ‘familiarizzarci con il gusto di lasciare gli altri liberi di essere come sono’, piuttosto che dare la priorità -come di solito facciamo- al pensiero “Non mi piace quello che fai, come sei, eccetera”. Questo è un cambiamento delle nostre priorità piuttosto notevole e. quando ci riesce, è molto liberante.
Arriviamo ora alla cosa più difficile, cioè riuscire a trasformare l’altro ‘perturbante’ in un altro ‘pacificante’. Come si fa? Ecco, si tratta di prendere quello che ci arriva di ostile e di negativo (una parola, uno sguardo, un gesto) come inviti perentori a suscitare consapevolezza, gentilezza amorevole e accettazione. Ossia l’altro ci attacca e noi cerchiamo di trasformare l’aggressione in un invito a risvegliarci alla consapevolezza e a ricorrere alla compassione e all’equanimità piuttosto che all’avversione e alla chiusura. Questo non vuol dire che noi, se ci sembra necessario, non esprimiamo il nostro dissenso alla persona X, e non prendiamo distanze dalla persona Y. Ciò riguarda l’esterno, al nostro interno – se vogliamo lavorare in direzione della pace – deve esserci sempre uno sfondo di equanime comprensione-accettazione della realtà. […]”
(Corrado Pensa, in SATI, gennaio-aprile 2021 pagg. 10-11)

La rabbia

“[…] La parola “aggressività” viene dal latino adgredi: avvicinarsi a qualcosa, porre mano a qualcosa, risolvere qualcosa. Se ingoio la rabbia, essa mi paralizza e mi sottrae energia. Se invece reagisco in modo adeguato si trasforma per me in una sorgente di energia importante…
Si tratta, prima di tutto, di percepire l’aggressività. Non devo agirla. In quel caso, infatti, l’aggressività mi ha in pugno. Si tratta di gestirla in maniera attiva e consapevole. Allora posso decidere liberamente come rapportarmi ad essa, se l’aggressività mi voglia soprattutto proteggere
dagli altri o se sia un impulso a mettere mano a qualcosa e a cambiarla. In tal caso l’aggressività verrebbe trasformata in una forza motrice positiva. […]”
(Anselm Grün)

La pace e la sofferenza

“[…] Vorrei ora riflettere sulla relazione tra pace e sofferenza. Per esempio prendiamo un moto di avversione o di tristezza e guardiamo a qualcosa che succede piuttosto spesso. Ossia saltiamo dentro questo moto di tristezza o di avversione con quella che si chiama proliferazione emotivo-concettuale. C’è dunque questo stato emotivo – l’avversione o la tristezza – e noi cominciamo a proliferare cioè ad aggiungere pensieri, confronti, immagini. Questa tipica reazione della mente non lavorata che chiamiamo proliferazione emotivo-concettuale, potremmo paragonarla a una betoniera perché solidifica questo stato, lo rende più solido, gli impartisce una densità, una pesantezza.
Ossia quando ‘lavoriamo’ qualsiasi stato emotivo e qualsiasi pensiero con questa potente betoniera stiamo letteralmente fabbricando sofferenza e fatica. Inoltre, insieme all’attività dellaproliferazione c’è anche la fede cieca nella proliferazione. Quindi possiamo dire che ci sono due attività: l’attività di proliferare e l’attività – se possiamo chiamarla così – di credere ciecamente a tutto quello che la mente dice. Però se noi sostituiamo queste attività del proliferare e di avere fiducia nella proliferazione, con l’ascolto consapevole, allora la situazione è completamente diversa. Dunque, c’è tristezza: entriamo in silenzio dentro la nostra tristezza. C’è avversione: entriamo in punta di piedi dentro la nostra avversione. Questo succede se abbiamo attivato la consapevolezza invece della proliferazione con relativa fede cieca. Il training è imparare piano piano a svegliarsi e a sostituire queste attività con l’attività osservante che è una cosa completamente diversa. Allora succede che nella sofferenza – tristezza e avversione sono sofferenza – c’è pace, ossia una disposizione all’apertura e alla presenza. Nel momento in cui noi riusciamo a tenere una presenza consapevole è come se fossimo un’altra persona, non siamo più bambini spaventati. C’è qualcosa di adulto nel rivolgersi alla consapevolezza, a differenza della ‘mente non lavorata’, che si schiera sempre in un processo continuo di identificazione. […]”
(Corrado Pensa, in SATI, gennaio-aprile 2021)