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“[…] Dare fiducia è rischioso. È una scommessa.Ogni volta che do fiducia mi comprometto. E posso perdere molto più che un pugno di dollari. Se mi fido di un amico posso essere tradito. Nel caso di un compagno, posso essere abbandonato. Se do fiducia al mondo, posso essere annientato. Spesso , troppo spesso, va a finire proprio così. Ma l’alternativa è ancora peggiore. Perché, se non scommetto, se non mi metto in gioco,
non succede niente: non c’è relazione , non c’è coinvolgimento, non c’è vita. Quindi ogni atto di fiducia è accompagnato, che ne siamo consci o no, da un brivido. Tutto cambia, e una situazione che ci pare favorevole può diventare pericolosa. Sotto sotto sappiamo che la vita è precaria, che ogni scelta è una scommessa. Al tempo stesso questo brivido si associa a un ottimismo filosofico: sì, la vita, pur con tutti i suoi tranelli e i suoi orrori, è buona. […].”
(Piero Ferrucci, La forza della gentilezza)
(Lettura del laboratorio esperienziale: I sette fondamenti della pratica. Secondo pilastro: la fiducia”, condotto dalla Dott.ssa Massimiliana Molinari del 27 novembre 2020)

“[…] Contemplazione – va da sé – è la parola religiosa (“stare nel tempio”) per interiorità.
[…] La conoscenza silenziosa è perciò cosa diversa, per quanto complementare, da quella che ci offre la conoscenza verbale. Perché la parola necessariamente procede per analisi, operando distinzioni, mentre il silenzio agisce per mezzo della sintesi, ovvero unificando.
La riflessiva o analitica è differente dalla via meditativa o sintetica.
La prima usa la ragione, l’altra la contemplazione. La prima vuole entrare nella realtà per comprenderla; la seconda, invece, permette che la realtà entri in noi. L’intento della contemplazione non è sapere, ma precisamente non sapere, liberarsi dalla conoscenza, liberare qualsiasi idea o credenza e camminare, spogli quanto più possibile, verso la beatitudine della povertà spirituale. La conoscenza silenziosa non proviene dalla comprensione ma dal distacco, non dall’addizione, ma dalla sottrazione; non è una costruzione, è una scoperta. Per giungere a questo – riconosciamolo – oggi quasi non ci sono pedagogie. Forse perché si è pensato che si trattasse di una via per pochi
eletti. È questa la novità del nostro tempo: la via contemplativa, un tempo riservata solo ad anime scelte, oggi si è capito che è per tutti.
La mistica non è un privilegio aristocratico, bensì una possibilità generale. […]”
(André Comte-SponviIIe)

“[…] Seduto alla turca su un cuscino, la spalla ben dritta (è una posizione comoda, ma anche il contrario di una prosternazione), le due
mani posate una sull’altra, gli occhi semichiusi… Né rifiuto né giudizio. Unità, semplicità, silenzio, accettazione… Prendere il tempo di respirare. Contentarsi, per una volta, di vivere. Abitare, per quanto si può l’eterno presente, l’eterno divenire, l’eterna impermanenza. È un
primo passo che ne permetterà altri. Essere uno con il proprio corpo, ciò che si fa, con ciò che si sente o si prova: vivere, semplicemente,
al posto di apparire. Il corpo è un maestro migliore dei guru.
«L’attenzione assolutamente pura senza mescolanza e preghiere», scrive Simone Weil. La meditazione è una “preghiera” di questo tipo,
quindi praticamente il contrario delle preghiere tradizionali, quasi tutte mescolate a speranze e timori, piene di parole. Le preghiere, nel
senso ordinario del termine, si indirizzano a qualcuno che implorano o adorano. La meditazione, al contrario, non domanda nulla, non implora e non adora, e non si rivolge a nessuno: è silenzio e contemplazione. […]
(André Comte-Sponvìlle)

“[…] ogni qualvolta c’è un contatto, con un oggetto dei sensi, c’è una sensazione. Ad esempio, l’occhio incontra un’immagine e c’è ciò che viene visto, l’orecchio incontra un suono e c’è il sentire, e così a seguire accade per ciascuna delle porte dei
sensi, inclusa la mente, la mente incontra un pensiero e c’è il pensare.
Il contatto, cioè l’incontro tra la porta dei sensi e l’oggetto, porta con sé una sensazione, piacevole, spiacevole oppure neutra. Quando percepiamo la caratteristica specifica della
sensazione presente la nostra mente inizia a produrre pensieri su
di essa, su questi pensieri, attraverso la proliferazione mentale,
ne costruiamo altri e infine, indugiando nel rimuginare facciamo
sì che partendo dallo stato della nostra mente proiettiamo la
nostra percezione sul mondo esteriore. […] .
Abbiamo visto che laddove c’è il contatto, c’è il tono della sensazione: piacevole, spiacevole o neutro. Il tono della sensazione è la condizione per il sorgere del
desiderio. Intendiamo qui il termine “desiderio” nel suo senso ampio, che include anche il desiderio come pre-condizione per il sorgere dell’avversione, come quando pensiamo:
“Questa cosa non dovrebbe essere così, dovrebbe scomparire
non dovrebbe essere successa…”. Ma anche desiderio come condizione per l’identificazione, l’attaccamento, l’aggrapparsi a qualcosa, come quando pensiamo: “Che bella questa cosa, dovrebbe non finire mai, dovrebbe anzi diventare ancora più
bella e piacevole!”. L’aggrapparsi a qualcosa è la condizione per il divenire: il divenire è l’immagine, l’opinione, l’idea chi siamo in questo momento. Ad esempio: “Oh come
sono triste, sono senza speranza…” “Sono stato davvero spettacolare!”. In questo modo ci lasciamo definire da ciò con cui ci identifichiamo: se mi identifico col corpo sarò solo
malato, o sano, giovane, oppure vecchio. Se ci identifichiamo con la tristezza ci definiremo delle persone tristi, se con l’ansia saremo persone molto ansiose, se con la disistima ci percepiremo come senza speranza.
Buddha ha quindi compreso, e chiaramente definito, che il mondo che noi dipingiamo sorge dal contatto e che con la cessazione del contatto c’è la cessazione di quel mondo.
Ha compreso che il folle insegue continuamente il contatto, mentre il saggio cerca di comprenderlo. Il mondo che cessa non è ovviamente il mondo delle condizioni, quelle ci
saranno sempre, il mondo che cessa è il mondo delle costruzioni, delle formazioni mentali […].”
(CHRISTINA FELDMAN, in Sati – Pubblicazione dell’Associazione Ameco di Roma – Gennaio-aprile 2020)

Ferma il rumore della tua mente in modo che i magnifici suoni della vita vengano uditi. A quel punto puoi iniziare a vivere la tua vita in maniera autentica e profonda.
(Thich Nhat Hanh)

E poi c’è la gioia di poter ascoltare Ekart Tolle …per chi non conosce l’inglese potete selezionare il video da youtube, cliccare su sottotitoli , generati automaticamente e poi la lingua , italiano o altre a voi affini.

Oggi seguendo dei link di video ho incontrato questo; ascoltandolo delle forti sensazioni di dolcezza, delicatezza, amore mi hanno avvolto …leggerezza e apertura nel cuore…e così lo condivido qui, perché ognuno di voi possa ascoltarlo ….ci sono delle esperienze che fanno proprio bene all’anima, per me questo video è una di queste. Buon Wesak.

Di tutto restano tre cose: la certezza che stiamo sempre iniziando, la certezza che abbiamo bisogno di continuare, la certezza che saremo interrotti prima di finire. Pertanto, dobbiamo fare: dell’interruzione, un nuovo cammino, della caduta un passo di danza, della paura una scala, del sogno un ponte, del bisogno un incontro.
(Fernando Sabino)

“[…] Molti anni fa venni invitato a insegnare meditazione nella scuola cattolica di mio figlio. Nel corso della giornata avrei dovuto intervenire in numerose classi di terza media durante l’ora di religione. Quando arrivò la prima classe chiesi agli allievi di sedersi al proprio posto, chiudere gli occhi e portare l’attenzione sul respiro. Proseguì impartendo istruzioni meditative piuttosto tradizionali. Fu un mezzo fallimento. Alla fine della lezione non ci fu una sola domanda o commento. Capì che con la classe successiva avrei dovuto trovare un approccio diverso e più coinvolgente. Proposi loro di cominciare sistemando i banchi a coppie, se possibile mettendosi accanto un compagno di loro gradimento. Poi cominciai a introdurre le nuove istruzioni di meditazione: “Oggi vorrei insegnarmi come si fa baciare davvero bene.“ Gli abitualmente apatici allievi di terza media alzarono la testa e spalancarono gli occhi. In fondo all’aula l’insegnante sembrava un po’ allarmato e si schiarì la gola per attirare la mia attenzione. Continuai: “quando baciate qualcuno volete essere presenti all’esperienza. Non volete che l’altra persona guardi fuori dalla finestra. Non volete che controlli i messaggi sul telefonino. Il bacio è un atto intimo. Nei momenti migliori, impegna ogni vostro senso. Volete poter vedere, udire, odorare, gustare e toccare in modi che siano intensi, freschi e vivi. Idealmente volete sentire pienamente il cuore e così osservare la mente con curiosità. È difficile che riusciate ad aprirvi a questa esperienza se non avete coltivato l’abitudine all’attenzione. Dobbiamo imparare a baciare l’attimo.“ Come avrete immaginato l’interesse degli studenti per la meditazione aumentò notevolmente. Ora, con un’intenzione ispirata, erano genuinamente motivati a impegnarsi nella pratica. Nella scuola si diffuse rapidamente la voce che gli allievi di terza non dovevano prendere la lezione di religione tenuta da un insegnante ospite piuttosto singolare. La consapevolezza è una capacità della mente di acquietarsi, raccogliersi e prestare attenzione a un dato oggetto. La meditazione è un modo di coltivare tale capacità. È molto simile ad andare in palestra per mantenere in forma il corpo o fare una doccia per mantenersi puliti. La meditazione di consapevolezza è una buona igiene mentale. […]”
(Tratto da “Bacia l’attimo”, di Frank Ostaseski, in SATI, settembre-dicembre 2018).