Il rapporto con gli altri e la nostra pace

“[…] Gli altri intesi come persone gentili sono un veicolo di pace: un rapporto di amicizia, un rapporto di affetto sono una grandissima fonte di pace.
Però oltre all’altro gentile, c’è anche l’altro ostile. Questo va in direzione completamente diversa rispetto alla pace. Come si lavora con questa variata situazione? La prima cosa che viene in mente è la consapevolezza. Inoltre possiamo aggiungere qualcosa d’altro a cominciare di dalla ‘familiarizzazione, vale a dire cercare di familiarizzarci con gli aspetti positivi dell’altra persona. Anche se ci è piuttosto antipatica e se nutre ostilità verso di noi. Dunque, possiamo coltivare l’intenzione di cogliere, insieme alle negative, anche le qualità positive della persona. Quindi verosimilmente vediamo che quella persona, oltre a fare qualcosa di ostile, ha anche delle qualità positive che noi faremo in modo di ricordare. Fosse anche un bel tono di voce o una certa intelligenza.
C’è poi un livello più sottile che possiamo chiamare ‘familiarizzarci con il gusto di lasciare gli altri liberi di essere come sono’, piuttosto che dare la priorità -come di solito facciamo- al pensiero “Non mi piace quello che fai, come sei, eccetera”. Questo è un cambiamento delle nostre priorità piuttosto notevole e. quando ci riesce, è molto liberante.
Arriviamo ora alla cosa più difficile, cioè riuscire a trasformare l’altro ‘perturbante’ in un altro ‘pacificante’. Come si fa? Ecco, si tratta di prendere quello che ci arriva di ostile e di negativo (una parola, uno sguardo, un gesto) come inviti perentori a suscitare consapevolezza, gentilezza amorevole e accettazione. Ossia l’altro ci attacca e noi cerchiamo di trasformare l’aggressione in un invito a risvegliarci alla consapevolezza e a ricorrere alla compassione e all’equanimità piuttosto che all’avversione e alla chiusura. Questo non vuol dire che noi, se ci sembra necessario, non esprimiamo il nostro dissenso alla persona X, e non prendiamo distanze dalla persona Y. Ciò riguarda l’esterno, al nostro interno – se vogliamo lavorare in direzione della pace – deve esserci sempre uno sfondo di equanime comprensione-accettazione della realtà. […]”
(Corrado Pensa, in SATI, gennaio-aprile 2021 pagg. 10-11)

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