“[… ]La felicità è uno stato d’animo duraturo nel tempo, più duraturo di qualsiasi emozione. E’ una sensazione di prolungato benessere generale, di soddisfazione ed appagamento che permane nonostante i disagi che possono presentarsi nel nostro quotidiano.
La felicità nasce dal nostro atteggiamento, ha cause interiori a noi (“La felicità proviene dalle tue azioni fisiche, verbali e mentali – Dalai Lama”), e pertanto possiamo alimentare e fissare in noi la felicità grazie ai nostri comportamenti, al modo di affrontare il nostro quotidiano e dalla nostra visione di noi stessi e del mondo che ci circonda; ad esempio: coltivando emozioni positive ed attitudini altruistiche (è stata dimostrata dalle neuroscienze la relazione tra alta connessione con l’altro e gli altri e maggior vissuti di felicità), coltivando emozioni, pensieri ed atteggiamenti che ci rendono felici.
Essere in connessione con me stesso, e quindi anche con gli altri, mi apre anche all’ascolto di cosa io effettivamente desideri; ascoltandomi potrò muovermi nel mondo seguendo ciò che voglio tornare ad essere,  ciò che essenzialmente sono. Quindi, come quando eravamo  bambini, torniamo a meravigliarci di ciò di cui facciamo esperienza, ad essere curiosi ad interagire con ciò che ci circonda come se fosse la prima volta che lo vediamo. Dai qui parte la nostra responsabilità ad essere felici, togliendoci la fallace illusione che la felicità dipenda dagli altri.
Il piacere, invece, ha una durata nel tempo più breve della felicità, non sempre da soddisfazione ed appagamento e dipende da qualcuno o qualcosa esterni a noi. Il piacere ha comunque un ruolo importante in natura, in quanto regola alcune nostre funzioni fondamentali  per la nostra sopravvivenza, si pensi al cibo od alla sessualità. In Natura esiste un picco del piacere, oltre il quale non vi è più piacevolezza. Se sono in contatto con me stesso (ecco entrare in scena la consapevolezza) una volta che ho raggiunto quel limite, non reiterò oltre quell’azione perchè il mio piacere è soddisfatto, vi è appagamento. Ma spesso non sono in contatto con me stesso (mancanza della propria consapevolezza) e così inseguo freneticamente un piacere ormai passato e non più, in quel momento, raggiungibile. Si crea così un’aspettativa illusoria di un piacere che non potrà arrivare, ma continuo a perseguirlo facendomi male. Oppure non sazio, ho bisogno, in maniera non naturale e non in contatto con il mio vero desiderio e bisogno, di avere sempre più piacere, e continuo a cercarlo, ma sempre senza appagamento (si crea così la dipendenza e l’assuefazione). Quindi, il problema è il rinforzo a ricercare quello stimolo che determina piacere, il disperato ripetere l’esperienza piacevole, l’attaccamento a voler vivere continuamente quell’esperienza piacevole, oltre il proprio picco naturale (“Il piacere è miele sulla lama”) […].

(Tratto da: “Festa di fine anno”. Interventi di vari operatori su “La felicità. Come coltivarla” – Intervento di Roberto Di Ferdinando)

 

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