“Questo non sono io, non è mio, non è il mio sé”

“[…] Alla base dei comportamenti cattivi c’è sempre, paradossalmente, l’opposto della cattiveria: la ricerca del bene, un bisogno di amore frustrato, non essere amati o la paura di non essere amati, sentirsi indegni dell’amore, una forma profonda e radicale di insicurezza data dall’errata percezione di noi stessi e della nostra vera natura. Il bisogno di bene, profondamente radicato in noi, può trasformarsi in un “pozzo senza fondo”. Se puntiamo il fuoco delle nostre lenti sul bisogno che abbiamo di amore, ci rendiamo conto che questo bisogno non verrà mai soddisfatto, non ci basterà mai. Ed è ovvio, se ci pensiamo, il perché sia così. Non ci basterà mai perché è l’infinità del bene stesso (solo il male, abbiamo detto, è misurabile), la sua inafferrabilità, a determinarne l’insoddisfazione. E lo scarto con la nostra finitezza ci spaventa e ci opprime. Vorremmo possedere questo bene infinito, ma sappiamo di non poterlo fare.
[…] il male è descrivibile, quanto meno è possibile identificarlo in qualcosa, ha una sua sfera. C’è anche una formula che esprime la sua identificazione: “questo è mio, questo sono io, questo è il mio sé”. Finché ci sono un questo e un quello, il male può essere descritto. Il bene, invece, come dicono i testi indiani, è avanmanasagocara, al di là delle parole e della mente. Di nuovo, è l’infinità del bene che crea questa voragine in un certo senso. Volerla colmare è una lotta impari. Sarà sempre un desiderio frustrato. […].
L’insegnamento di Kakusandha ai monaci fu:<<Praticate la contemplazione dell’impermanenza>>. La lode, il successo, ecc… a loro volta vanno visti mediante la celebre formula <<questo non sono io, non è mio, non è il mio sé>> […]”
(Francesco Sferra, in SATI, in maggio-agosto 2016)

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