Il “senso del dovere”

“[…] Al “senso del dovere” è spesso riconosciuto un valore positivo, un valore alto, nobile. Quante volte con decisione ed anche con un po’di soddisfazione ci si dichiara persone “con un alto senso del dovere”, che socialmente ha anche una valenza di affidabilità (di persona seria ed affidabile). Eppure, se mi fermo ad ascoltarmi, di tutto questo gran “senso del dovere” e ciò che comporta ne ho una percezione leggera o pesante? Sento fluidità o attrito nel condurre la mia vita quotidiana agendo secondo tale “senso del dovere”?
 “Il senso del dovere” è il richiamo ad un insieme di regole, insegnamenti che ho ricevuto dal mio ambiente di sostegno prima, e dalla socializzazione successivamente (il “dover fare” le cose in un certo modo, il “dover essere” in un certo modo). Un insieme di “norme” (spesso non scritte) di comportamento e di modalità di essere che posso aver percepito come condizionante, limitante, ma che comunque, ancora oggi, continuo a seguire. Infatti, quotidianamente rispondo alle situazioni che la vita mi presenta richiamandomi a quest’insieme di regole e seguendo questo “senso del dovere”, in maniera molto automatica, senza effettivamente valutare se possa esserci anche un’altra risposta, più spontanea e nuova. Quindi, se inizio ad indagare questo “senso del dovere”, alla fine ha poi tutto questo grande valore positivo che gli attribuisco e gli attribuiscono? O, invece, posso concedermi di sentire che l’aderire a questo “senso del dovere” provoca anche una limitazione alla mia libertà, al mio essere vero? Rispondendo alla vita solo con il “dover essere” non è che mi sto castrando? Cioè, non sto castrando la mia energia vitale, non è che mi sto impedendo di vivere pienamente le esperienze della vita? Non è che mi sto limitando, agendo ogni volta nello stesso modo pur trovandomi in situazioni diverse? La risposta a queste domande passa, come al solito, dall’ascolto di me stesso. Solitamente, agendo rispettando il mio “senso del dovere” posso sentire della rabbia ed o del disagio e il mio agire è spesso serio. Se inizio ad ascoltare questi sintomi, posso iniziare a comprendere che, forse, sto rispondendo automaticamente ad una situazione di vita quotidiana seguendo uno schema ideale  (l’insieme di regole) del “dover fare o del dover essere”. Ma, forse, se seguissi il mio vero essere, la mia vera natura, la mia Essenza, agirei diversamente. Quindi, sto agendo in una modalità che non mi piace, facendo o dicendo qualcosa che non mi piace ma non mi concedo di riconoscerlo e di dirmelo. Prevale la mia paura di venir meno (tradire) a quell’insieme di regole del dovere. Oppure, se inizio a pensare di voler tradire (uscire fuori da questo antico sistema di norme) ecco arrivare il senso di colpa, il timore, appunto, di aver tradito un’eredità antica, di come, ho pensato che avrei dovuto e dovrei essere agli occhi degli altri. Il senso di colpa è l’illusione di poter dare una verginità al mio agire che si è discostato da quel modello del dovere, illudendomi, ancora una volta, di poter controllare la realtà che fluidamente, invece, muta di attimo in attimo . Da tutto questo attrito interiore ecco sorgere rabbia e o disagio.
Quando inizio a sentire queste sensazioni di disagio e di serietà basterebbe che mi fermassi un momento e mi ascoltassi, senza agire in una modalità automatica e senza attingere esclusivamente al mio antico senso del dovere. Da questo spazio di neutralità, posso iniziare ad osservare le infinite possibilità di azione che mi si aprono e quindi ascoltare quello che, senza alcuna interferenza, la “mia guida interiore”, cioè il mio sentire vero, mi suggerisce a fare, ma anche a non fare. Questo fase è difficilissima, in quanto molto dolorosa. Perché significa, come già detto, tradire una forte e antica credenza che mi sono costruito e su cui ho costruito molto della mia vita anche recente, una immagine (credenza, maschera) a cui sono molto identificato, e senza la quale mi sentirei perso. Un passaggio quindi, solo inizialmente doloroso (più doloroso se l’identificazione è molto forte), ma l’unico che può portarmi, poi, attraversando questo dolore e prendendo atto del mio meccanismo di identificazione con questa immagine, all’essere effettivamente libero, essere vero, essere me stesso essere Essenza. E da questo spazio di consapevolezza, posso percepire quell’insieme “di senso del dovere” come una semplice eredità, senza attribuirgli carichi di aspettative e di ideali da raggiungere, ed a cui poter anche attingere, quando, ascoltandomi sinceramente, sentirò adatto per una certa situazione, ma senza obblighi, senza rigidità e in piena libertà. […].”
(Laboratorio di Pratica della Presenza )

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