Tradire

[…] Tradire, da “trad-ire”, cioè “uscire da”. Spesso, nel descrivere un nostra certa sensazione nel compiere o nel pensare di compiere un’azione verso qualcun altro, usiamo il verbo “ tradire”, o il sostantivo “tradimento”: <<se lo facessi tradirei la fiducia dell’altro>>, << mi sento in colpa in quanto è come un tradimento>>. Nella nostra antica storia personale, spesso abbiamo sperimentato, solitamente come un indefinibile attrito o disagio interiore, la sensazione e il timore che con le nostre azioni o non azioni potessimo tradire la lealtà a quel modello di regole, comportamenti, doveri, obblighi, ecc…  del nostro ambiente di sostegno originario, qualunque esso fosse, alle volte percepito in maniera inconsapevole come limitante, invadente, opprimente, ma anche “castrante”. Un modello a cui abbiamo sentito comunque l’obbligo di aderire per essere accettati, accolti e riconosciuti (amati?). Ottenendo così, però, il riconoscimento non del nostro essere veri  e della nostra ricca essenza, ma, solo della nostra immagine, di ciò che effettivamente mostravamo e volevamo che gli altri vedessero di noi (o che pensavamo piacesse a loro vedere di noi). Per poter essere accolti e riconosciuti abbiamo così indossato un’immagine, di essere come pensavamo che gli altri avrebbero voluto che noi fossimo. Quindi, anche l’esserci allontanati dal nostro essere veri, dalle nostre essenze, ha determinato un tradimento delle nostre vere nature, un “uscire da” noi, che continuiamo spesso, ancora oggi, da adulti, a perpetrare, mantenendoci legati a quell’originario ed antico modello percepito, ed ad manifestare così solo un immagine di noi. […]”
(Laboratorio di Pratica della Presenza)

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