La Psicoterapia Psicoanalitico Fenomenologica

“La psicoanalisi, al pari della fenomenologia,
ha certamente contribuito e contribuisce
ad una concezione moderna della soggettività:
 l’una e l’altra si lasciano pensare insieme”.
F. Madioni, 2008

a cura di Gabriele Nardi

La Psicoterapia Psicoanalitico Fenomenologica fonda le proprie basi storico-scientifiche nell’incontro tra Fenomenologia e Psicoanalisi, su un versante, troviamo infatti la fenomenologia di Husserl e di Heidegger e le applicazioni del loro contributo in ambito psicopatologico: dalla fenomenologia soggettiva di Karl Jaspers, alla Daseinsanalyse di Ludwig Binswanger, alla fenomenologia strutturale di Eugene Minkowski e Emil von Gebsattel; sull’altro versante, la psicoanalisi freudiana interpretata in senso ermeneutico, in particolare attraverso il contributo di Gaetano Benedetti.
Il rapporto tra psicoanalisi e fenomenologia ha una significativa origine storica nella figura del filosofo e psicologo tedesco Franz Brentano che ebbe come allievi sia Freud che Husserl; in questo senso Brentano è da considerarsi a buon diritto come un precursore della fenomenologia di Husserl e della psicoanalisi dello stesso Freud.
Psicoanalisi e Fenomenologia non solo si lasciano pensare insieme, ma il loro fertile incontro aggiunge profondità alla comprensione clinica e fa da premessa alla creazione di un’alternativa scientifica alla Psicopatologia e alla Psicoterapia tradizionali.
In questa prospettiva il fenomeno “sofferenza psichica” viene compreso in una dimensione antropologica e relazionale come esperienza umana dotata di senso, con una sua fondazione e una sua articolazione di significato.
Sul piano psicoterapeutico, Psicoanalisi post-freudiana e Fenomenologia condividono la scelta, nel comune rifiuto di una visone naturalista, di rivolgersi al vissuto del soggetto – non al comportamento – e di dare rilievo all’incontro umano, all’esser-ci in un’accezione strettamente dialogica e intersoggettiva. La relazione che si sviluppa è pertanto una situazione di co-presenza, quello spazio-tempo dell’incontro dove la presenza dell’uno e dell’altro non è mai indifferente, e si configura e si realizza all’interno della dimensione dialogica dell’incontro. L’intento antiriduzionista sta nel tentativo di cogliere e descrivere gli eventi psicopatologici nel loro darsi immediato, nell’incessante divenire dei vissuti.
Le metodologie di intervento si basano sull’impiego della narrazione, dell’ascolto, del silenzio, dell’intuizione, dell’empatia (Einfuhlung), dell’interpretazione interattiva, e comportano la centralità della nozione di intenzionalità e la messa in campo dei significati (piuttosto che dei sintomi) e conducono a una metodologia ermeneutica che deve essere intesa come partecipazione dialogica all’esperienza dell’altro, come comprensione ermeneutica, che può essere identificata con il Verstehen jaspersiano e condivisione di uno spazio-tempo che si rinnova di volta in volta ad ogni nuovo incontro. Il fattore terapeutico fondamentale risiede nella possibilità di un riconoscimento reciproco nella relazione, un riconoscimento che è sempre attuale e irripetibile e ciò implica una diversa accezione della teoria, che non può essere data una volta per tutte, ma si costruisce e si modifica nell’incontro dialettico con l’esperienza clinica.
L’esercizio del metodo fenomenologico agisce come interrogazione e chiarificazione delle scelte epistemologiche e delle tecniche adottate e come sostegno rigoroso alla creazione di nuove modalità di conoscenza; la psicoanalisi, d’altro canto, sostanzia le direttrici fenomenologiche con le ipotesi teoriche e l’esperienza derivate dalla sua tradizione di “cura” psicologica.
In Italia queste linee di ricerca e di intervento possono essere ben rappresentate dalla scuola di Gaetano Benedetti e Salomon Resnik e dall’opera di Ferdinando Barison, Eugenio Borgna, Bruno Callieri, Lorenzo Calvi e Danilo Cargnello.

Tratto da www.istitutoaretusa.it

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